# «Più cerco di raccontare il presente, più mi allontano da esso»
Paweł Pawlikowski lo ha detto senza giri di parole al Festival del Cinema di Roma 2026. Il regista polacco, noto per la sua sensibilità nel tratteggiare epoche passate, ha spiegato perché sceglie di tornare al Novecento per riflettere sul nostro tempo. Non è una fuga dal contemporaneo, ma un modo per sondarne le radici più profonde. Il suo ultimo film, Fatherland, ne è la prova: un viaggio nel passato che illumina i nodi irrisolti di oggi.
Il Novecento come lente per capire il presente
Pawlikowski ha tracciato un percorso artistico ben definito, che parte da Ida , passa per Cold War e arriva a Fatherland, presentato proprio a Roma quest’anno. Sono tutti film ambientati in decenni passati, ma che parlano di temi molto attuali: identità, memoria, conflitti ideologici, tensioni familiari e sociali. Il regista sostiene che il Novecento offra un terreno narrativo più solido, dove le strutture politiche e culturali si definiscono con più chiarezza rispetto a un presente confuso e fluido. In un’epoca dove le informazioni corrono veloci e si sovrappongono, tornare indietro nel tempo permette di mettere a fuoco i meccanismi profondi che ancora influenzano la nostra società.
Questa scelta dà a Pawlikowski la possibilità di costruire storie a più livelli. I suoi personaggi non sono mai figure nostalgiche o rancorose, ma portano con sé dubbi e conflitti universali. Il passato diventa così uno specchio in cui misurare ansie e speranze di oggi. Per questo Fatherland non è un film sul presente, ma scava a fondo in questioni che ci riguardano da vicino. L’allontanamento temporale permette una riflessione meno immediata e più profonda sulle condizioni umane e sociali.
Il cinema e la difficoltà di raccontare il presente
Il regista ha ammesso di avere difficoltà a trovare «una chiave formale interessante» per raccontare l’oggi. La realtà contemporanea, con la sua complessità e rapidità, soffoca quel tipo di racconto poetico e contemplativo che contraddistingue i suoi film. Viviamo in un’epoca frammentata, dove le storie si intrecciano in modo caotico e gli eventi sembrano perdere stabilità. In questo contesto, il cinema di Pawlikowski fa fatica a trovare un linguaggio che funzioni.
Questa difficoltà però non lo ferma, anzi lo spinge a cercare forme espressive più originali e profonde per raccontare il presente. La strada scelta, passando dal passato, è una via alternativa per esplorare le contraddizioni e le sfide del nostro tempo. Il regista polacco rifiuta la tentazione di affrontare temi attuali con soluzioni banali o scontate. Punta a un cinema d’autore che invita lo spettatore a riflettere con calma, a cogliere il peso della storia nelle piccole storie di ogni giorno.
Fatherland: il passato che parla al nostro tempo
Fatherland si muove proprio su questo filo sottile tra storia e presente. Ambientato in un momento cruciale del Novecento, il film affronta temi come il rapporto tra individuo e Stato, il senso di appartenenza e le ferite lasciate dalle ideologie totalitarie. Temi che oggi ritornano prepotentemente, in un mondo segnato da tensioni politiche diffuse. Il film mostra come i conflitti ideologici non spariscano mai del tutto, ma si ripresentino sotto nuove forme e con cause profonde.
Lo stile di Pawlikowski, unito a scenografie rigorose, costruisce una narrazione fatta di silenzi e sguardi che esprimono dubbi profondi. Ogni scena è pensata per far emergere il dilemma morale e il senso di alienazione del protagonista. Con Fatherland, il regista mette in piedi una storia che parla al passato e al presente, senza mai scadere in un messaggio didascalico o troppo esplicito.
Memoria e identità: il cuore del racconto
Il cinema di Pawlikowski si fonda su una narrazione che mette al centro la memoria, vista come base dell’identità personale e collettiva. Il passato diventa così un’occasione per confrontarsi con le radici, le paure e i traumi che ci portiamo dentro. La storia è uno strumento per svelare l’attualità, indagando vicende personali che riflettono grandi trasformazioni sociali.
Il pubblico è invitato a guardare oltre l’immagine, a immergersi in un’esperienza emotiva complessa che non offre risposte facili. Le riflessioni nate dal passato aprono un dialogo intimo con il presente. Questo approccio garantisce un cinema che non invecchia, capace di parlare con forza e sincerità a più generazioni.
La Festa del Cinema di Roma 2026 ha così dato voce a un autore che guarda il nostro tempo senza volerlo raccontare in modo diretto. La scelta del Novecento resta una strategia efficace per andare oltre le apparenze, restituendo senso a questioni che ancora oggi ci riguardano da vicino.