Palermo, estate 2012. Il sole picchia forte, le strade sembrano bruciare sotto i piedi di un gruppo di sedicenni. Vengono da famiglie benestanti, ma dentro si sentono vuoti, persi. Non cercano chissà cosa, solo un senso che spezzi la monotonia di giornate tutte uguali. Tra genitori invadenti, scuole che soffocano e una noia che si infiltra ovunque, l’unica via d’uscita sembra quella di “farsi qualche canna”. Giovanni Tortorici, regista palermitano, torna su quell’estate con Ketticé, il suo secondo film. Non è solo una storia, è un’immersione profonda in quell’adolescenza fragile, sospesa tra voglia di libertà e il peso delle aspettative.
Palermo 2012: l’adolescenza tra noia e ribellione
Ketticé si muove in un mondo che Tortorici conosce bene: la Palermo del 2012, fatta di quartieri per l’élite giovanile e spazi urbani che sembrano sfuggenti e alienanti. I protagonisti sono sedicenni di famiglie agiate, ma che non trovano stimoli né a casa né fuori. Le piazze assolate diventano palcoscenico di una gioventù in sospeso, dove i ragazzi si muovono quasi per abitudine, senza certezze o progetti. Il tempo scivola tra un gruppo di amici e l’altro, spesso sotto l’effetto di droghe leggere come la cannabis, che non è solo svago, ma anche una risposta all’oppressione sentita a scuola, in famiglia e nella società. I genitori appaiono distanti, incapaci di cogliere i bisogni profondi dei figli, alimentando così la frustrazione che sfocia in piccoli atti di ribellione.
Questa noia e confusione non sono un punto d’arrivo, ma il terreno su cui crescono storie di formazione. Ketticé scava dentro queste tensioni invisibili, mettendo a fuoco lo scontro tra aspettative e realtà, il contrasto tra la voglia di staccarsi da un mondo soffocante e la ricerca di un’identità ancora tutta da costruire. Palermo, con le sue contraddizioni, diventa più di uno sfondo: è un territorio emotivo dove le esperienze dei ragazzi si intrecciano con il vissuto personale del regista, dando all’opera un senso di autenticità e intensità.
Giovanni Tortorici e Luca Guadagnino: un duo per un cinema autentico
Dietro la cinepresa, Giovanni Tortorici si conferma come uno dei talenti più interessanti del cinema italiano contemporaneo. Ketticé è la sua seconda regia e mostra una maturità narrativa che va oltre il semplice racconto autobiografico, cercando di creare un legame empatico tra spettatori e personaggi. La collaborazione con Luca Guadagnino, produttore del film, dà un peso importante al progetto. Guadagnino, noto per il suo occhio attento alle storie di formazione e ai dettagli delle relazioni umane, ha scelto di sostenere Tortorici proprio per il suo approccio sincero e per la capacità di raccontare un’Italia meno vista.
Il risultato è una produzione che punta tanto sull’aspetto visivo quanto sulla profondità dei contenuti. La regia di Tortorici ci porta in una Palermo poco mostrata dal cinema recente, lontana dai soliti cliché e stereotipi turistici. La fotografia e le scelte registiche fanno sentire il calore del sole siciliano, la tensione che si respira tra i ragazzi, la solitudine nascosta dietro le serate brillanti. Il suo sguardo è insieme intimo e aperto, capace di restituire la complessità di un’età in cui il passaggio dall’infanzia all’età adulta si fa sentire con tutta la sua forza e contraddizioni.
Ketticé al Festival di Locarno 2026: un riconoscimento importante
La scelta di presentare Ketticé in concorso al Festival di Locarno 2026 sottolinea il valore artistico del film nel panorama internazionale. Locarno, noto per dare spazio a pellicole originali e innovative, ha visto in questa seconda regia di Tortorici un racconto capace di mettere a fuoco l’Italia di oggi attraverso gli occhi dei giovani. Il film invita a riflettere non solo sulle fragilità personali, ma anche su temi sociali più ampi legati all’educazione, alla famiglia e al rapporto con la città.
Ketticé si inserisce nella tradizione dei film che esplorano le tappe fondamentali della crescita senza semplificare o idealizzare, mostrando tutte le sfumature di un percorso spesso difficile. Il festival ha dato spazio a un’opera che unisce qualità visive e contenuti di spessore, facendo emergere talenti come Tortorici dal territorio. L’accoglienza di pubblico e critica ha confermato la forza della narrazione, mettendo in luce le tensioni sociali e personali che il film solleva e dimostrando la vitalità di un cinema italiano capace di raccontare storie radicate nel proprio contesto.
Un ritratto che parla a tutta una generazione
Ketticé nasce da un’esperienza personale di Tortorici, ma parla a un pubblico molto più ampio. La riflessione sull’adolescenza palermitana è in realtà un tema universale, che riguarda tanti giovani alle prese con la fatica di definire sé stessi in un mondo complicato e spesso stretto. Noia, ribellione, senso di oppressione sociale e familiare emergono in situazioni e dialoghi che sembrano veri, senza cadere in facili stereotipi.
Con una scrittura essenziale e una regia precisa, Tortorici entra nelle pieghe emotive di questo momento delicato, mettendo al centro il conflitto interiore dei ragazzi e la loro ricerca di equilibrio. Ketticé non è solo un racconto di un passato, ma una testimonianza di una generazione che guarda avanti con dubbi e contraddizioni. Questo ritratto non addolcisce la realtà, ma la mostra per quello che è, con uno sguardo che mescola memoria personale e analisi sociale. Il film diventa così un punto di riferimento per chi cerca nel cinema una storia intima e attuale, capace di parlare alle nuove sensibilità senza perdere la forza del racconto visivo.