Le Bambine: il potente esordio delle sorelle Bertani contro il patriarcato e l’indifferenza adulta

Redazione

2 Giugno 2026

Nel 1997, in una Svizzera silenziosa, due sorelle si trovano intrappolate in un’infanzia che sembra negata. “Le bambine”, il film di Nicole e Valentina Bertani, non fa sconti: mostra senza filtri il muro tra il mondo fragile dei bambini e l’ostilità, spesso cieca, degli adulti. Il racconto si sposta poi in una provincia del Nord Italia, ma il vero cuore pulsante resta il contrasto, duro e nascosto, tra innocenza e potere patriarcale. Le due sorelle, silenziose ma ricche di sfumature, vivono in un limbo, con un babysitter queer che rompe ogni schema. Un racconto che scuote, mettendo in discussione ciò che pensiamo di sapere sull’infanzia.

Un racconto a più mani che rompe gli schemi

Valentina Bertani, da tempo attiva nel mondo dei videoclip e dei documentari, insieme alla sorella Nicole ha deciso di unire le forze per creare un’opera intensa e originale. Con il contributo di Maria Sole Limodio alla sceneggiatura, “Le bambine” diventa qualcosa di più di un semplice esordio: un film che rompe con le narrazioni tradizionali. La scrittura e la regia condivise hanno dato vita a un prodotto potente, non solo dal punto di vista visivo ma anche ricco di contenuti sociali e politici. Non si tratta di raccontare solo una storia, ma di costruire un’atmosfera dark e a tratti surreale, che spinge chi guarda a riflettere sul mondo adulto e sul silenzio che spesso cala su temi delicati legati all’infanzia.

L’ambientazione, che passa dalla Svizzera all’Italia, sottolinea la volontà di collocare la vicenda in un contesto riconoscibile ma indefinito, quasi un simbolo di tante realtà simili. Il ruolo del babysitter queer aggiunge una dimensione inaspettata, che mette ancora più in crisi il patriarcato presente nel microcosmo familiare.

Dietro il racconto infantile, una critica sociale potente

“Le bambine” non si limita a raccontare due sorelle alle prese con una famiglia complicata. Il film va oltre, scavando nel patriarcato e nella sua influenza sulle vite dei più piccoli, spesso invisibili agli occhi degli adulti. La critica emerge attraverso le dinamiche familiari, che mostrano un sistema pronto a escludere e dimenticare l’infanzia, ignorandone bisogni e fragilità. Non è una denuncia urlata, ma un racconto carico di tensione, che arriva soprattutto grazie alle scelte stilistiche e ai personaggi, a partire proprio dal babysitter.

Questo personaggio rompe con gli schemi: la sua identità queer e la sua presenza così fuori dal comune nel contesto familiare mettono in crisi le certezze del patriarcato. Così il film diventa anche una riflessione sull’importanza della diversità e dell’accettazione, strumenti necessari per spezzare le catene di una società troppo rigida.

Ambientare la storia in una città di provincia benestante è un altro elemento importante. Svela come anche ambienti apparentemente protetti nascondano meccanismi di esclusione e repressione. Qui l’abbandono emotivo e l’indifferenza degli adulti fanno ancora più male, perché mascherati da una facciata fatta di apparenze e stabilità economica.

Infanzia e alienazione: un rapporto fragile e spietato

Nel film, le due bambine non sono solo bambine. Sono rappresentazioni complesse dell’infanzia, con tutte le sue contraddizioni, paure e desideri. Il loro rapporto con il mondo adulto è un continuo confronto tra ciò che viene accettato e ciò che invece viene rifiutato o ignorato. Il babysitter queer diventa un ponte tra questi due mondi, ma anche un elemento che mette in luce le crepe di un sistema.

Il film mostra senza sconti come i bambini spesso si trovino a dover affrontare responsabilità troppo grandi, in un ambiente che non sa o non vuole proteggerli davvero. Il senso di abbandono si percepisce negli sguardi, nei silenzi, nelle situazioni cariche di tensione. Le bambine diventano così la metafora di una generazione lasciata a sé stessa, costretta a difendersi in un mondo di adulti incapaci di prendersene cura.

Non mancano dettagli sul difetto di comunicazione tra genitori e figli, su silenzi imbarazzanti e su un vuoto di dialogo che allarga le distanze emotive. Questo rende la storia personale e allo stesso tempo universale, capace di parlare a chiunque abbia vissuto una frattura simile, ovunque in Italia.

Un esordio che sa farsi sentire e invita a riflettere

“Le bambine” delle sorelle Bertani non si presenta solo come un’opera di finzione, ma come uno strumento di riflessione su un tema spesso trascurato. La forza della narrazione, unita a un’impronta visiva decisa e a una scelta di ambientazione precisa, mette in luce la complessità di un mondo fatto di contraddizioni profonde. Raccontare tutto attraverso lo sguardo incerto e disorientato di due bambine lascia nello spettatore un mix di emozioni forti e complicate.

Il film accende i riflettori su temi delicati come la violenza delle strutture sociali invisibili, il ruolo della diversità e la necessità di uno sguardo adulto più attento e responsabile. In un momento in cui si parla tanto di inclusione e diritti, “Le bambine” si fa voce chiara e decisa, confermando il talento e la determinazione di due giovani registe pronte a lasciare il segno nel cinema italiano.

La capacità di unire forza e delicatezza, autenticità e impegno, potrebbe aprire nuove strade nel racconto visivo contemporaneo. Chi segue da vicino le dinamiche sociali, in Italia e all’estero, troverà qui spunti concreti per confrontarsi con temi ancora urgenti e indispensabili.

×