La storia di Makka Sulaev, una giovane donna di 20 anni, ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica in Italia a causa di un caso giuridico che ha suscitato ampio dibattito. Condannata a nove anni e quattro mesi per l’omicidio del padre, avvenuto il primo marzo 2024 nella loro abitazione a Nizza Monferrato, la sua vicenda è un esempio emblematico delle complesse dinamiche legate alla violenza domestica. La sentenza, emessa il 9 maggio 2025, ha sollevato interrogativi su come il sistema giuridico affronti tali situazioni.
il contesto della condanna
La Corte ha stabilito che Makka ha agito con l’intento di “eliminare in radice la possibilità che il padre potesse ancora aggredire la madre”. I giudici hanno sottolineato che la giovane ha agito “per disperazione e inesperienza”, escludendo la legittima difesa. Secondo loro, Makka avrebbe potuto contattare le forze dell’ordine per affrontare la violenza domestica che caratterizzava la loro vita familiare.
Durante il processo, Makka ha descritto un ambiente familiare oppressivo, caratterizzato da un clima di terrore costante. Ha dichiarato: “Avevamo tutti paura di lui. La paura era una costante. Voleva che avessimo paura”, evidenziando così la drammaticità della sua situazione.
la difesa e le critiche alla sentenza
L’avvocato di Makka Sulaev, Massimiliano Sfolcini, ha contestato la sentenza, ritenendo che le motivazioni espresse dai giudici non tengano conto del contesto violento in cui si è sviluppata l’azione della giovane. In particolare, ha criticato l’interpretazione di un testo redatto da Makka poco prima dell’omicidio, considerato dai giudici come una manifestazione di volontà, mentre il legale sostiene che rappresentasse l’espressione della paura e della disperazione vissuta dalla ragazza.
un caso emblematico di violenza domestica
Il caso di Makka Sulaev non è isolato e rappresenta una triste realtà per molte donne che vivono situazioni di violenza domestica. In Italia, il fenomeno è molto diffuso, con statistiche che evidenziano un aumento preoccupante dei casi di femminicidio e di violenza domestica. Secondo i dati del rapporto “Eures” del 2023, circa 1 donna su 3 ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
La legge italiana prevede misure di protezione per le vittime di violenza domestica, ma spesso le donne si trovano in una situazione di impotenza, temendo ulteriori ritorsioni dai loro aggressori. La sentenza di Makka Sulaev ha riacceso il dibattito su come il sistema giuridico affronti i casi di omicidio in contesti di violenza domestica e sulla necessità di un approccio più sensibile.
In conclusione, la storia di Makka Sulaev non solo mette in luce le difficoltà legate alla violenza domestica, ma solleva anche interrogativi su come il sistema legale possa evolversi per rispondere in modo più umano e giusto alle situazioni di crisi e disperazione. È fondamentale riflettere su come supportare le vittime e prevenire situazioni estreme come quella vissuta da Makka, evitando che la disperazione diventi l’unica via d’uscita da un contesto di violenza.